Differenza di “genere”: quando la parità dei sessi deve essere evitata!

due pesi e due valutazioni
Differenza di Genere sul Lavoro

 

 

 

 

 

Sono oramai 10 anni che il “Coso 81” ci perseguita, ci fa diventare matti con le interpretazioni personali, ci fa perdere ore e ore a strutturare e compilare moduli…

Ma su una cosa ha pienamente ragione: il documento di valutazione dei rischi deve tenere conto della “differenza di genere” (oltre che di età, provenienza da altri Paesi e tipologia contrattuale). Questo dice a chiare lettere l’articolo 28.

Siamo da sempre stati abituati a ragionare in termini di differenza di “genere” con la vecchia 626, ogni volta che affrontavamo la valutazione dei rischi da movimentazione manuale dei carichi, in maniera molto semplice: due limiti di peso per UOMO e DONNA. Forse un po’ banale, ma era pur sempre un inizio…Già perché da allora gli studi e la letteratura tecnica di settore ha portato alla luce tante altre “differenze” tra uomo e donna (in ambito di prevenzione, sia ben chiaro!).

Innanzitutto occorre distinguere tra

  • “sesso”, ovvero differenze che la biologia determina tra uomini e donne e che sono universali e immutabili
  • “genere”, ovvero differenze sociali tra donne e uomini, che sono apprese, possono cambiare nel tempo e presentano notevoli variazioni tra differenti culture

Uno studio dell’ISTAT riporta le diverse ripercussioni sulla salute in virtù dell’esposizione a tanti altri rischi. Risultano maggiormente esposte le donne per quanto riguarda i rischi legati a:

  • Disturbi degli arti superiori
  • Stress
  • Aggressioni verbali/fisiche
  • Asma ed allergie
  • Malattie della pelle (ad esempio dermatiti da contatto)
  • Malattie infettive (cura della persona, sanità, infanzia)
  • Attrezzature di lavoro (niente battute, il problema è solo di natura “antropometrica”: la prevalenza delle attrezzature di lavoro è progettata e costruita avendo come modello le misure dell’UOMO medio e non della DONNA).

Una prima difficoltà nell’affrontare questa problematica è legata alla “segregazione di genere”: molte mansioni sono svolte prevalentemente da UOMINI (ad esempio in edilizia, industria pesante, metalmeccanica), mentre altre attività hanno prevalentemente occupato personale femminile (insegnanti, infermiera, addette alle pulizie); quindi il primo problema è reperire in letteratura studi di confronto sulle diverse esposizioni.

Al momento l’unico parametro di cui esistono due limiti di esposizione professionale diversi è per il piombo: questo metallo pesante produce l’effetto principale sull’emoglobina (conduce ad un rallentamento ed ad una diminuzione dei globuli rossi e dell’emoglobina racchiusa in ogni globulo); le DONNE sono più suscettibili in quanto hanno fisiologicamente valori più bassi di emoglobina rispetto agli UOMINI.

Ma questo è l’unico caso di indicatore biologico distinto per “sesso”.

In generale si può però affermare che a causa di un metabolismo più lento nelle donne ed una loro massa corporea inferiore a quella di un uomo, faticano maggiormente a “smaltire” le sostanze tossiche con conseguente aumento dei loro effetti tossici.

Struttura Antropometrica

Come detto poco fa, la DONNA ha normalmente una massa muscolare inferiore rispetto a quella di un UOMO, con la conseguenza di essere maggiormente esposta alle patologie osteoarticolari, soprattutto in presenza di movimentazione manuale dei carichi.

In questo caso però, oltre ad avere per legge due diversi pesi limite, di solito le attività più gravose dal punto di vista della movimentazione dei carichi vedono una segregazione di genere, oltre a fatto che entrambi i limiti diminuiscono nella fascia di età sopra i 45 anni per UOMINI e DONNE.

Altro discorso per le patologie della SPALLA (tendinite sovraspinoso) e per la SINDROME del TUNNEL CARPALE: lavori considerati più “leggeri” ma con sovraccarico biomeccanico degli arti superiore maggiore: spesso il personale femminile lo si trova in postazioni di assemblaggio “leggeri” dal punto di vista del peso, ma non della postura, in attività legate a confezionamento, industrie alimentari, etc. In più la struttura più esile del polso della DONNA rispetto all’UOMO, così come fattori ormonali che aumentano la ritenzione idrica, rende la sindrome del Tunnel Carpale più frequente proprio nelle DONNE (stiamo parlando in ogni caso di SOLE esposizioni professionali, non si tiene conto del DVR della “doppia esposizione” in ambito domestico…).

Patologie cutanee

Le DONNE sono più esposte a sviluppare dermatiti da contatto, sia per la doppia esposizione (finalmente qualcuno lo nota…), sia per un motivo fisiologico legato alla tipologia della pelle (più sensibile). In questo caso il rischio pare sia di 2, 3 volte superiore al rischio per un UOMO.

Asma bronchiale

Qui il fattore determinante è la presenza di ormoni particolari femminili sulla reattività immunologica, in particolare per l’esposizione al lattice (“Asma da Latex”), soprattutto usato nelle mansioni della cura della persona, in sanità.

Una nota positiva, è il caso di dirlo, c’è: si tratta degli effetti all’esposizione al RUMORE.

Il condotto uditivo femminile è più efficiente rispetto a quello di un UOMO (e non avevo dubbi!); questa maggiore efficienza porta ad una migliore capacità acustica e di conseguenza una minor probabilità di perdita dell’udito. Queste evidenze sono state rilevate in uno studio in un gruppo di musicisti dove l’esposizione era uguale per entrambi i generi.

In più la DONNA è più incline all’uso degli otoprotettori!

Già negli anni 90 in altri Paesi europei sono stati condotti studi sulle percentuali ripartite tra UOMO e DONNA nel riconoscimento delle malattie professionali. In generale si riscontra un maggior riconoscimento di malattie professionali udite udite, negli UOMINI! A questo punto sono andata a vedere quali erano i dati ufficiali riportati dall’INAIL su uno studio condotto tra il 2010 ed il 2013 e da “illusa” mi aspettavo di vedere applicata almeno in sede ufficiale queste differenze di genere.

Lo studio, invece riporta, in particolare per le malattie dovute al sovraccarico biomeccanico degli arti superiori, una disparità, ingiustificata, nelle percentuali:

  • Sovraccarico biomeccanico: 72.7% di malattie riconosciute a DONNE contro un 76.3% degli UOMINI
  • Tunnel carpale: 72.4% di malattie riconosciute a DONNE contro un 74.1% degli UOMINI
  • Tendinite Sovraspinoso (Spalla): 70.8% di malattie riconosciute a DONNE contro un 78.6% degli UOMINI

Proprio il sovraccarico biomeccanico degli arti superiori, risulta la prima voce tabellata delle denunce femminili (inserita peraltro solo nel 2008).

Più in generale (nei Settori Industria e Servizi): 38.8% di malattie riconosciute a DONNE contro un 42.7% degli UOMINI.

Restano ancora malattie la cui presunzione di origine lavorativa è a carico della lavoratrice (o del lavoratore, non vogliamo fare discriminazioni), quali ad esempio:

A fronte di denunce di sospetta malattia professionale riconducibile ad una di queste sopra citate, solo il 15% (ampiamente inferiore alla percentuale delle denunce) viene riconosciuta proprio perché non tabellate.

Un discorso a parte meriterebbe il capitolo “infortuni”. Ma siccome questo è un argomento particolarmente articolato, merita una trattazione a parte.

Torniamo al problema dei rischi e delle malattie professionali denunciate. Che fare?

I più ottimisti direbbero di aspettare di veder modificate le tabelle delle malattie professionali, ad oggi costruite su mestieri tipicamente maschili, ad esempio.

Nel frattempo, potremmo andare in Svezia! Le donne nel 2014 hanno denunciato più malattie professionali degli UOMINI, con la più alta percentuale di riconoscimento proprio per le malattie psicosociali (quasi il 40%).

Forse qualcuno potrà obiettare che queste alte percentuali indicano una peggiore condizione lavorativa, ma almeno viene riconosciuta ed indennizzata…In Italia spesso non abbiamo situazioni lavorative rosee (per stare in tema), e per giunta nemmeno riconosciute!

Io scelgo una via intermedia: un METODO DI VALUTAZIONE che riesca a cogliere le differenze biologiche (sessuali) e socio ambientali (di genere) nei diversi aspetti della valutazione. Occorre anche tenere presente che la vulnerabilità verso i rischi cambia in modo significativo con l’età ed in modo differente per i due sessi.

Occorre puntare su un approccio non neutrale ma attento alla soggettività, con la partecipazione dei RLS e dei lavoratori ed il coinvolgimento del medico competente, cercando di far emergere e considerare percezioni, vissuti e segni di sofferenza rispetto alle diversità di sesso e di genere, spesso non ricostruibili in modo diverso.

Cosa possiamo fare?

Potremmo provare ad avviare un monitoraggio ed una raccolta dati di informazioni sulla salute e sicurezza in ottica di genere, coinvolgere più donne nella consultazione nelle decisioni in materia di salute e sicurezza, tenere conto delle peculiarità individuali a partire dal genere di appartenenza.

Diamo voce alla sensibilità di genere,  raccogliamo il contributo delle lavoratrici nell’indicare cosa serve a colmare le lacune nella valutazione dei rischi perché siano rappresentate le differenze.

In questo caso, ma solo in questo, evviva la DIFFERENZA tra UOMO e DONNA se può servire a rendere più equa le Valutazioni dei Rischi!

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